Namu myo ho ren ge kyo

La pagoda della pace di Comiso, costruita nel 1997 dal monaco giapponese Morishita, è un luogo inevitabilmente affascinante. Il tempio buddista si trova appena fuori la cittadina, ed io non l’avevo mai visitato in vita mia.

 

Oggi ho voluto rimediare alla pecca, intenzionato principalmente a scattare un paio di fotografie. Arrivato lì, Morishita, che da solo amministra tutto, stava tosando l’erba dello spiazzale antistante la pagoda; nonostante l’età avanzata e gli acciacchi derivanti, la sua giornata è sempre piena di attività fisiche e non solo spirituali. Dopo un saluto rapido e disinteressato da parte sua, faccio un paio di scatti e mi siedo su un muretto, aspettando che finisca il suo lavoro: una fotografia senza una parola, non vale niente. Dopo circa mezz’ora, egli spegne il tosaerba ed io gli vado incontro, presentandomi come un semplice curioso che vuole rimediare ad una fin troppo prolungata ignavia.

 

Lui, cordiale ed accoglientissimo, mi invita all’interno della pagoda, dicendomi che era giunto l’orario della preghiera (le 16.30). Toltici le scarpe, Morishita inizia il quotidiano rituale: percuote tre volte uno strumento di metallo, una sorta di grande calderone, che accompagna il canto del mantra che si ripeterà per tutta l’ora della preghiera:

 

Namu myo ho ren ge kyo

 

che vuole dire di volta in volta pace, grazie, lode, benvenuto. La frase è un’armonia che si espande intorno a questo luogo, le parole echeggiano nella stanza, in cui siamo solo io e lui, il suono della sua voce è vigoroso e profondo.

Dopo altri gesti rituali, Morishita siede davanti ad un grosso tamburo e continua a ripetere il mantra, scandendolo percuotendo il tamburo con due grandi bacchette di legno. Dopo qualche ripetizione, egli mi invita a partecipare alla preghiera di pace: mi consegna un piccolo tamburo a forma di racchetta, composto da una pelle su cui sono dipinti alcuni ideogrammi (suppongo quelli che recitano il mantra), ed una bacchetta per scandire il tempo. Da ora in poi il mantra verrà recitato vicendevolmente: una volta lui, sempre etereo e potente, una volta io, inizialmente timido, poi incoraggiato. Il tempo lo battiamo sempre insieme, sempre quei 7 colpi (tre crome seguite da quattro semiminime) che costruiscono una trance insieme ai suoni giapponesi dell’orazione. Di nuovo, ancora una volta, tocca a me, poi tocca a lui. Andiamo avanti per circa un’ora, durante la quale viene a prendere parte alla preghiera un ragazzino, Francesco, che frequenta spesso la pagoda, aiutando il monaco con alcuni lavori. Francesco conosce bene il rituale, sta studiando il giapponese e, forse, è pure buddista.

 

Terminata la ripetizione del mantra, mi viene consegnato un quadernetto giallo: oggi lo si apre a pagina quindici. Inizia allora la seconda, breve, parte della preghiera della pace. Leggiamo insieme il quadernetto (o meglio, lo legge lui, io arranco sopra la trascrizione fonica degli ideogrammi, a bassa voce), sempre intonando le frasi in un canto corporeo, che si spande tra le nostre tre presenze. Questa volta, Morishita accompagna il canto con un altro strumento a percussione, una sorta di martelletto di legno che sbatte su un disco, anch’esso di legno. Completato anche quest’altro passo, il rituale si avvia alla fine, tra nuove percussioni e serie di inchini verso l’altare, verso terra. Ci spostiamo in un’altra, piccola, saletta, dove ripetiamo il mantra, sempre accompagnando il canto con i tamburelli.

 

Morishita adesso invita me e Francesco a prendere una bevanda al sapore di caffè e dei biscotti. Egli, che precedentemente mi aveva chiesto cosa facessi nella vita, coglie l’occasione della mia visita per domandarmi di alcune questioni informatiche. Prende il suo portatile, lo accende, e nonostante gli ideogrammi giapponesi che popolavano lo schermo, riusciamo a risolvere le sue piccole problematiche.

 

Conversiamo un altro po’; Francesco gli chiede qualcosa sull’alfabeto giapponese. Lui è sempre affabile e col sorriso in bocca, col suo italiano un po’ difficile. Torniamo quindi alla pagoda, per salutare il monaco, ringraziarlo dell’ospitalità e della splendida esperienza. Ci congediamo con un inchino ed una stretta di mano.

 

Arigatò Gyosho Morishita, sayonara Davide. Namu myo ho ren ge kyo.